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Snapchat sul tappeto rosso, ovvero il Festival di Cannes in salsa UX

giugno 20, 2017 | By | No Comments

Se il cinema incarna i nostri desideri e le nostre paure, Cannes è l’apoteosi di tutto questo. Un festival patinato, discusso, elitario, rivoluzionario e tradizionalista, amato, odiato, ma senza dubbio uno degli eventi che misura il polso delle emozioni dell’umanità. Abbiamo avuto la fortuna di intrufolarci nella settantesima edizione del Festival e siamo stati ripagati da una serie di film ed episodi che hanno solleticato il nostro animo UX. In anteprima, vi sveliamo alcuni dei titoli che faranno molto parlare di sé nei prossimi mesi: noi – come sempre – li analizziamo sotto la lente che ci contraddistingue.


La locandina della 70esima edizione del Festival di Cannes

Michael Haneke – già palma d’oro per gli straordinari “Il nastro bianco” e “Amour” – è tornato alla ribalta con una amarissima proto-commedia sulla ricca borghesia francese. Happy End risulta felice solo per i palati più cinici ma si apre e si chiude con una suggestione che ci ha fatto sobbalzare sulla sedia: lo spettatore si trova davanti a una storia su Snapchat! L’apertura e la chiusura del film, come alcune scene all’interno, sono affidate alla tredicenne Eve, che immortala momenti più o meno drammatici della sua vita realizzando storie su Snapchat. Il software californiano entra nel Pantheon del cinema dalla porta principale e diventa uno degli espedienti più singolari di questo film altrimenti un po’ sotto le aspettative.Il fatto che Haneke – uno dei maggiori registi viventi – abbia deciso di affidarsi al linguaggio di Snapchat è un avvenimento che ci fa riflettere: (finalmente) non si prende in considerazione questo software solo come mezzo di comunicazione dei nativi digitali, ma si riconosce il suo essere un “linguaggio” comunicativo e visivo.

Significativamente Eve, tredicenne nativa digitale perfettamente a suo agio con la tecnologia, snobba Facebook ma non esita ad “hackerare” il computer del padre per accedere alle chat di Messenger del genitore, scoprire i suoi più turpi segreti e ricattarlo. È davvero questa la tecnologia? Una serie di strumenti che ci permettono di condividere ogni istante della nostra vita, senza filtro, che facilitano scappatelle extraconiugali, che – dandoci la possibilità di rendere tutto “live” – rischiano di ridurre l’importanza di ogni fatto, anche del più drammatico. Haneke, maestro nell’indagare i lati oscuri che si celano dietro la rispettabile borghesia, dipinge un quadro contemporaneo, spietato, attuale e molto coerente; in questo quadro, la tecnologia è protagonista, e gioca quasi un ruolo da “tragedia greca”, potrebbe essere il coro che commenta, ma è solo il coro che guarda, osserva e passa oltre.

Michael Haneke. Una #twitterpardoy su di lui https://twitter.com/Michael_Haneke

Ma i social network, e in particolare le Instagram stories, sono state protagoniste anche delle giornate del festival: il profilo Instagram ufficiale (a differenza della pagina Facebook) ha raccontato minuto per minuto il glamour della montée de marche, utilizzando le “storie” in maniera intensa e precisa al tempo stesso. Lo stesso Roman Polanski, in occasione della serata celebrativa del settantesimo anniversario, percorrendo il tappeto rosso ha estratto lo smartphone e ha realizzato un video live inquadrando la folla. Se c’è una cosa che abbiamo imparato da questo settantesimo Festival di Cannes è che i social network sono entrati a tutti gli effetti nel linguaggio contemporaneo, non è più necessario inventare tecnologie inesistenti, le nevrosi contemporanee partono da ciò che esiste già. E la crisi della borghesia oggi passa attraverso Facebook, Instagram, Snapchat, Youtube et al. Non ci spaventa più solo una probabile tecnologia futura, ci basta e avanza quello che abbiamo a disposizione oggi.

Il registra Roman Polanski riprende la folla sulla Croiesette (la diretta su Instagram Stories)

Allo stesso tempo, anche il film “The Square” di Ruben Östlund – vincitore della Palma d’Oro 2017 – raccoglie in sé numerose riflessioni che hanno messo in moto le nostre celluline grigie. Il regista svedese si conferma lucido nell’analizzare le idiosincrasie contemporanee, e proprio all’interno di “The Square” mette sotto al microscopio il mondo dell’arte contemporanea e della comunicazione a esso legata. Come promuovere un’installazione di arte contemporanea e farla diventare “virale”? Quali sono i contenuti che più muovono l’opinione pubblica? Qual è il limite fino al quale è lecito spingersi nel momento in cui si decide di provocare? Quali sono i paradossi del politically correct e della totale libertà di opinione? Tutto questo è racchiuso in un film che inquieta ed indispone, ma che soprattutto ci fa “sbattere la faccia” su alcune nevrosi della comunicazione contemporanea: nonostante i valori etici positivi siano indiscussi, raramente siamo attratti da contenuti semplici, informativi, unilaterali. La sovrabbondanza di informazioni ci porta a selezionare e inconsapevolmente, ad essere attratti molto spesso da contenuti “estremi”, siano essi positivi che negativi. L’abitudine alla fiction e la possibilità di vedere ogni cosa documentata, ha quasi un effetto svilente nei confronti della comunicazione; se tutto è live, filmato e riprodotto, come distinguere il vero dal falso? Proprio come accade in “The Square”, in cui una performance artistica estrema raggiunge un livello di violenza preoccupante prima che qualcuno reagisca ed intervenga per interromperla.


La locandina di The Square, film Palma D’oro 2017 del regista Ruben Östlund.

Al centro del film vi è il furto del costoso smartphone del protagonista (il curatore del museo di arte contemporanea di Stoccolma), evento che diventa il motore di una serie di eventi al limite del paradossale; l’eroe della nostra storia, per riprendersi ciò che gli è stato sottratto, è costretto ad affrontare luoghi e condizioni umane a lui molto distanti. E mentre il museo per cui lavora professa valori come l’uguaglianza degli esseri umani, il rispetto reciproco, la pari dignità di ogni uomo, questi stessi valori da lui promossi entrano in crisi quando si vede costretto ad applicarli in contesti di povertà ed emarginazione, situazione inevitabile per recuperare la “tecnologia perduta”. Anche in questo caso, l’uomo contemporaneo è più vittima che padrone della tecnologia, gli stessi esperti risultano talmente goffi da ricordare i due improbabili avvoltoi del cartone Robin Hood della Disney.

Che un film così amaro e contemporaneo abbia vinto il più prestigioso premio cinematografico al mondo ci conferma la necessità di continuare a riflettere, scrivere e lavorare per fornire sempre più strumenti di lettura della realtà e di un uso consapevole di social network, tecnologia e strumenti digitali.

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