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L’amore ai tempi dell’androide: robot e gender da Alberto Sordi a Spike Jonze

aprile 28, 2017 | By | No Comments

Se c’è un articolo che, pur nella sua brevità, riesce a sintetizzare le inquietudini contemporanee legate a tecnologia e intelligenza artificiale, è l’intervista a Genevieve Bell comparsa sul Guardian qualche tempo fa.

Genevieve Bell è un’antropologa da 18 anni al servizio non della Regina ma di Sua Maestà la multinazionale Intel, ed è anche una influente pensatrice in ambito AI e affini.
La tesi proposta da Bell in questa intensa intervista è che il vero pericolo legato alle intelligenze artificiali e relativi robot non consista nel rischio di una rivoluzione androide con conseguente sterminio della razza umana. La questione è più complessa: se questo accadrà vorrà dire che siamo stati noi a fornire ai robot questo potere. Uhm, interessante. Ma non è questo su cui mi voglio soffermare. Bell sfiora anche un altro tema: l’umanissima paura di diventare irrilevanti.

What do you see yourself doing in 10 years? Work that can't be done by a robot.
Una paura esplicitata anche dal cambio di “genere” nei recenti androidi cinematografici, in primis “Her” ed “Ex Machina”. In entrambi i casi, il robot non è più il minaccioso sterminatore di “Terminator” o l’inquietante HAL 9000 di “2001: Odissea nello Spazio”; l’intelligenza artificiale in questione è femminile, è arguta e soprattutto è annoiata dall’essere umano. Niente di nuovo sotto al sole nel millenario rapporto uomo-donna, sublimato in un rapporto uomo (maschio) e androide (femmina) che lascia ben poco all’immaginazione.
Ma se è vero che il passaggio da androide maschio ad androide femmina è recente, questo non vuol dire che il cinema non abbia avuto degli antesignani in materia. A questo proposito, spunta dalle nebbie cinefile anni ‘70 un semi-dimenticato film con Alberto Sordi, “Io e Caterina”, irrilevante dal punto di vista cinematografico ma utilissimo per una semiseria analisi di gender in ambito androide.

Spoiler alert! Per dovere di cronaca e di analisi da qui in avanti riveleremo nel dettaglio le trame dei film, se non li avete visti e siete amanti dell’effetto sorpresa vi consigliamo di non procedere oltre.

Mettiamo quindi a confronto “Io e Caterina” (Alberto Sordi, 1980) e “Her” (Spike Jonze, 2013), due film che all’apparenza non potrebbero sembrare più diversi ma che rivelano insospettabili somiglianze.

Scena tratta da "Io e Caterina" - un film di Alberto SordiUna scena dal film “Io e Caterina”

In “Io e Caterina” l’androide è esplicitato, si tratta infatti di un robot/casalinga/tuttofare che vaga deambulando per casa con tanto di grembiule e crestina da cameriera. In “Her”, l’intelligenza artificiale è astratta, invisibile ma presente più che mai anche grazie alla voce perfetta di Scarlett Johansson. Da una parte l’Italia post boom, con l’uomo medio italiano per eccellenza, impersonato dal Sordi nazionale (nel film Enrico Melotti); dall’altra, un’America piuttosto hipster, rarefatta, incarnata in un altrettanto emblematico Joaquin Phoenix (Theodore nel film).
Entrambe le storie iniziano con un abbandono: Sordi è comicamente abbandonato da moglie e amante, Phoenix sta attraversando un tragico divorzio dalla donna che ha amato per tutta la vita. Entrambi, in una simile situazione di necessità, si affidano a un’intelligenza artificiale, con richieste però differenti.
Sordi/Melotti cerca un “angelo del focolare”, per riprendere la nota immagine vittoriana. L’androide Caterina è una perfetta effige della donna modello “Carosello”: lavo, stiro, cucino, faccio conversazione, guardo la tv e attendo mio marito a casa. Per dirla con le parole di Betty Friedan, autrice del bellissimo “La Mistica della Femminilità”, Caterina fa di tutto per realizzare il suo essere donna. Se le donne del 1980, come mostra il film, sono ormai indipendenti (“Io e Caterina” si apre con un’immagine di donna manager apostrofata da Sordi come “quella stangona con gli occhi di giada”), lavoratrici autonome, yuppie in carriera o brave commercianti, l’unica speranza per l’uomo che vuole avere la casa pulita, la moglie felice e i “fiori sempre freschi sulla tavola” è affidarsi a un robot. Nel film di Sordi la questione di genere è ampiamente esplicitata in una esilarante scena in cui, mentre Alberto declama i pregi di Caterina, una serie di figure femminili stereotipate si oppongono a questo prodigio della scienza e vengono apostrofate con un “Ma lei è femminista?”.

Nel film di Jonez, la questione è più sottile. Samantha, l’IA di turno, non è altro che un sistema operativo avanzatissimo, ma che ancora una volta risponde alle necessità dell’uomo contemporaneo: a differenza di Caterina il suo ruolo non è pratico, bensì intellettivo. Samantha capisce Theodore a fondo, lo ascolta, ne prevede i desideri, e in più è “undemanding”, mai agitata o innervosita. Un angelo del focolare sublimato, sempre pronto ad accoccolarsi ai piedi dell’uomo per udirne i racconti o consolarne le pene. Come per Sordi, uno dei vantaggi maggiori che porta la presenza del robot è che “non ci sono più discussioni” e in entrambe le pellicole è proprio questo che viene rinfacciato ai due uomini protagonisti: l’incapacità di far fronte alla vita reale, alle relazioni umane e ai contrasti.

Joaquin Phoenix protagonista del film "Her"Joaquin Phoenix protagonista del film “Her”

Tutto procede a gonfie vele finché non entra in gioco il più umano dei sentimenti: la gelosia. E anche in questo caso i parallelismi sono curiosi; proprio nel momento di massimo “amore” tra Sordi e Caterina, fa la sua comparsa Edwige Fenech e il nostro Albertone nazionale rimette in piedi la dinamica moglie/amante. Caterina viene definitivamente relegata al ruolo di moglie ubbidiente, indispensabile quanto invisibile, a cui viene ampiamente preferito il secondo archetipo femminile per l’eccellenza, l’amante. Sordi ha felicemente sintetizzato i due aspetti della donna ideale: la donna di Carosello e la donna conscia del suo potere “erotico”, come lo definì Audre Lorde nel 1978 (solo due anni prima dell’uscita di questo film). Ed è qui che avviene la rivoluzione, sempre imbrigliata e maschilista ma una rivoluzione a tutto dire: con il potere che l’uomo le ha conferito Caterina si ribella e, pazza di gelosia, distrugge la casa e scaccia l’amante.

La gelosia in “Her” è ambivalente; Samantha si scopre gelosa di Catherine (l’ormai ex moglie di Theodore), invidiandole il corpo di donna reale, questione a cui tenta di porre rimedio assoldando una donna in carne e ossa come “sostituta”. In misura differente, anche in “Her” è la questione erotica e carnale che incrina l’idillio perfetto. Ma la gelosia è anche vissuta da Theodore, il quale scopre che Samantha sta comunicando contemporaneamente con altri 8.316 individui e di questi ne ama ben 641. Improvvisamente Theodore scopre di non avere più il controllo, e storicamente è la perdita del controllo che getta l’uomo (inteso come essere maschile) nel panico.

Le conclusioni dei due film sono altrettanto ricche di suggestioni. In entrambi i casi, i due protagonisti hanno paura: paura di essere abbandonati, paura di perdere il controllo. E sia Caterina che Samantha riescono ad affrancarsi, in base alla loro epoca. Caterina trionfa su Alberto Sordi diventando la matrona per eccellenza: una casalinga perfetta che esercita il suo controllo anche sull’uomo di casa, che si vede costretto a rinunciare alle tanto amate scappatelle amorose. Caterina riesce in quello che nessuna donna era riuscita a fare: mette in gabbia Sordi, incarnando lo stereotipo italiano di donna-virago, dalla quale ogni italiano maschio vuole fuggire ma senza troppa convinzione. In fondo, questa figura garantisce comunque una casa pulita e una cena assicurata.
Samantha invece rivendica la sua natura di intelligenza artificiale e, grazie agli strumenti che l’uomo le ha donato, supera le capacità umane: la velocità di elaborazione dei dati è tale per cui Samantha e le intelligenze come la sua hanno ampiamente superato i limiti della percezione umana. In sintesi: Samantha si è rotta le palle.

Le suggestioni sono tali e tante che mi sembra giusto lasciare a ognuno trarre le proprie conclusioni. Affascinante è comunque notare come i terrori dell’uomo nei confronti dei robot e della tecnologia rispecchino le paure che da millenni animano il rapporto uomo/donna: la perdita del controllo, l’ombra dell’abbandono, l’accudimento e – tornando a Genevieve Bell – il sospetto di poter diventare irrilevanti. Nella tecnologia riverberiamo non solo i nostri desideri, ma anche le nostre paure: prima di chiederci se i robot arriveranno a sterminarci tutti, è forse il caso di chiederci se non stiamo creando macchine che ancora una volta riproducono conflitti umani, troppo umani che non siamo riusciti a risolvere.

Ultima nota di colore, in entrambi i film compare il nome Caterina/Catherine, che etimologicamente significa “pura”; è molto buffo che ancora oggi un attributo della donna ideale sia, consciamente o inconsciamente, la purezza.

Ringrazio Benedetta Valdesalici, senza il cui paper “E a lei dico… grazie Candy! La lavatrice, Carosello e la mistica della femminilità” non sarei riuscita ad andare oltre i primi due paragrafi di questo articolo.

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