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La critica della tecnologia pura – I, Daniel Blake ci porta coi piedi per terra

giugno 30, 2017 | By | No Comments

Come abbiamo già accennato nel precedente articolo, spesso le opere cinematografiche danno voce alla “coscienza collettiva”, ai moti dell’animo e del pensiero che spesso attanagliano ognuno di noi.
Anche in questo caso, è un film che ha dato l’avvio alle nostre riflessioni; stiamo parlando di “I, Daniel Blake”, ultima opera dell’inossidabile Ken Loach e pellicola vincitrice del più prestigioso riconoscimento in ambito cinematografico, la palma d’oro al festival di Cannes 2016.
La storia è molto semplice (e se non avete visto il film vi consigliamo di interrompere qui la lettura e di recuperarlo in qualche modo!);

Daniel Blake, carpentiere vedovo di 59 anni, per la prima volta nella sua vita si trova alle prese con la burocrazia. Dopo un incidente al lavoro risulta essere affetto da una grave patologia cardiaca tuttavia, in un susseguirsi di eventi dal sapore kafkiano, Blake si trova impigliato in un paradosso burocratico, una perversa spirale che lo trascina in fondo mentre attende che la sua richiesta di indennità per malattia sia approvata. La burocrazia messa in campo da Loach è un’idra a più teste: impiegati insensibili, iter infiniti, inutili procedure amministrative, paradossi degni di Escher. Quello che più ci ha colpito, però, è il comune denominatore di tutti questi aspetti: la tecnologia. Daniel, persona pratica e concreta, si trova ad avere a che fare con computer, internet, moduli online. La tecnologia è nemica, lontana, una complicazione che corrode gesti che – agli occhi di Blake – potrebbero richiedere meno sforzo
Ed è proprio questo che ci ha portati a chiederci: la tecnologia è davvero di tutti e per tutti?

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